In a safe place [day #3]
A pochi metri dallo Stradivarius (leggasi puntate precedenti) c’è un gabbiotto dell’autovelox.
Parliamo di questo, e delle (prevedibilissime) multe che ci arriveranno per averlo ignorato finora, durante la colazione che fa da prologo a questa due giorni tutta dedicata alle registrazioni del basso.
Sono le 10 in punto, non ci sentiamo al massimo della forma fisica (malesseri influenzali, sbornie terminate solo qualche ora prima) e sappiamo di trovarci davanti ore di duro lavoro.
Ma come sempre ci accade di chiosare: “Magari poterla fare tutti i giorni questa vita!”
Anche al Niski, tuttavia, il secondo weekend di sessions per In a safe place non si presenta nel migliore dei modi: non si fa in tempo a sistemare i suoni del basso che subito si presenta una problematica che va in cima alla lista delle priorità: Stripes ha qualcosa che non quadra.
Forse, in preda alla stanchezza, domenica scorsa l’abbiamo trascurata in fase di editing della batteria, e ci accorgiamo che c’è da lavorarci ancora molto.
Ci rimbocchiamo le maniche, Andrea Stanisci sfodera tutte le sue impeccabili competenze nell’uso di ProTools, ed ecco arrivare il sigillo anche su quella che è la nostra canzone più vecchia.
Si può partire.
Ma forse no.
Antonio imbraccia il suo (amato, almeno fino a sabato scorso) Fender Jazz collegandolo ad una magnifica testata Ampeg SVT, e incide le partiture di A million rushes e In a song.
Poi è la volta di Even more: allo scopo di trovare un sound più rotondo e profondo (maggiormente adatto al brano in questione), posa il Jazz per accogliere tra le sue braccia un Fender Precision di proprietà Stanisci.
Il tradimento viene perpetrato nell’arco di quattro minuti (il tempo di mettere su pista Even more): il Jazz resterà seduto sul suo trespolo e tutto il disco verrà suonato con il Precision!
Sono le 14:30 e andiamo a pranzo con la consapevolezza di dover ancora iniziare i lavori previsti per questo sabato; ci consolano le lasagne dello Stradivarius e la compagnia dell’”indice destro del Diavolo” (Mario Scerrati), che ha presenziato alla mattinata delirante (partorendo i suoi consueti capolavori fotografici; stavolta a colori) e che ci accompagna in questo veloce ma soddisfacente pranzo.
Durante il caffè arriva il cambio della guardia: Mario batte il cinque a Simone “Presidente” Podagrosi, che porta in dote due dei suoi gioielli (un Precision del ‘73 e un Jazz) e ci assiste per il resto della giornata.
Torniamo in sala, già molto stanchi e in parte preoccupati.
Antonio deve fare “amicizia” con il Precision, che è profondamente diverso dal suo basso e che richiederebbe un adeguato training prima di essere utilizzato a dovere.
Ma evidentemente è amore al primo tocco: nell’arco delle poche ore pomeridiane vengono registrate in scioltezza le parti di quasi tutte le canzoni rimanenti.
Il sound è perfetto, le esecuzioni trasmettono calore e feeling, l’atmosfera della sala è quella giusta, le tensioni sono scomparse, tutto fila liscio.
Ma il manico del nuovo basso richiede un impegno senza compromessi e alle 18:00, durante una prima take di The straight road, la stanchezza prende il sopravvento e Antonio getta la spugna.
Certo, possiamo tornare a casa molto più che soddisfatti: la sezione ritmica sta prendendo forma nella maniera che abbiamo sempre desiderato.
Ci aspetta un altro sabato sera casalingo in vista della full-immersion domenicale; il rituale brindisi di fine giornata allo Stradivarius ci ritrova con la luce negli occhi e la certezza di aver trovato quello che stavamo cercando.






















































