lug 26 2010

In a safe place [day #11+12]

Arriva un momento, durante la registrazione di un disco, in cui fare un salto di fede, oltrepassare un’immaginaria linea di confine, ed accettare il fatto che non si torna più indietro (a meno che non ci sia la Interscope a coprirti le spalle) e che – salvo qualche rettifica – quello che hai inciso è quello che rimarrà.
L’alternativa sarebbe quella di ripartire da zero, e far finta di aver semplicemente “provato” a registrare… ma visto che non c’è nessun Rick Rubin ad orchestrare i destini di In a safe place, l’unica reale soluzione è quella di mettere da parte l’annoso ed incontrollabile perfezionismo che da sempre tormenta ogni singolo respiro dei 7 Training Days e rasserenare gli animi in vista della fase più rognosa di tutto il gioco: il missaggio.

Il passo obbligato dunque è quello che prevede la realizzazione di un “rough mix”, una sorta di premissaggio di tutto quello che è stato inciso, senza lavorare troppo sui volumi e le dinamiche ma semplicemente ascoltando e mettendo a punto tutte le tracce per farne un cd e metabolizzarlo fino alla nausea per capire cosa va e cosa non va, dove intervenire, e soprattutto farsi un’idea (con il presupposto di sforzarsi di essere il più neutrali possibile) abbastanza vicina alla realtà di quello che sarà il prodotto finito.

L’occasione di lavorare sul “rough mix” arriva in due calde serate di fine maggio: nella prima ci sono Antonio e Simone ad assistere Andrea Stanisci, nella seconda c’è invece il solo Antonio a dare man forte al padrone di casa.
Si procede in maniera abbastanza spedita e al termine della due giorni ecco le undici tracce messe per la prima volta su cd nell’ordine giusto, quello che verrà mantenuto fino alla fine della produzione.

Il bilancio è tutto sommato soddisfacente; a canzoni praticamente terminate, che avranno bisogno soltanto di qualche piccolo orpello per essere chiuse (In a safe place, Even more, A million rushes, Secret garden) se ne alternano altre ancora lontane dalla forma che dovrebbero avere (Stripes, Hole in the ground) ed altre ancora che avranno bisogno della “zampata” finale, quel tocco che ancora manca ma che è già in rampa di lancio (Beautiful bleeding, In a song).
Prossimo passo: risuonare le parti da correggere e sovraincidere quel minimo che occorre.
Ah, e fare pace con le ossessioni “kubrickiane”.


lug 15 2010

In a safe place [day #10]

“A volte ciò che sembra alba non è” (Una serata al Niski Studio in 7 proverbi)

Cade a fagiolo questa citazione di Manuel Agnelli.
Il finale del precedente resoconto apriva spiragli sulla possibile chiusura delle registrazioni prima della pausa estiva… la verità è invece questo day #10 scritto in ritardo, e uno slittamento globale delle registrazioni di un paio di mesi.

Certo, se i 7 Training Days si arrendessero facilmente neanche ci sarebbero arrivati in studio, ma è passata acqua peggiore sotto i ponti
Tuttavia bando alle ciance, tocca parlare della seconda sessione di Achille e della sua chitarra “stereo”.

Mentre l’ancora (per poco) celibe chitarrista si appresta a preparare i ferri del mestiere, Simone e Antonio se ne vanno a cercare delle cibarie, vista l’ora di cena. 
Oltre alla consueta scorta di birra, decidono di optare per delle pizze margherita a portar via. 
Un grave sbaglio, vista la consistenza “cartonata” del prodotto, mandato giù solo per via della fame e delle abbondanti sorsate alcoliche.

Nel frattempo Achille, solitario dall’altra parte del vetro, sta affrontando Even more.
Il brano, seppur complesso e pieno di finezze, non gli causa particolari problemi; il risultato è ottimo, la canzone ne esce valorizzata, impreziosita, e a tratti sembra di ascoltare un Gilmour più moderno al servizio di un progetto indie-rock.
Anche A million rushes fila liscia, a parte qualche piccola difficoltà nelle cadenze in levare sotto le strofe.
In A Song mostra qualche problema in più, la partitura “spy”, seppure accattivante, si dimostra un tantino troppo piena, e la complessità in questo caso risulta inversamente proporzionale all’immediatezza. 
Sfoltendo alcuni passaggi dell’arpeggio però il gioco è fatto, e la ciliegina sulla torta è l’incredibile purezza di suono che viene fuori dal Fender Twin Reverb.

Ma… non dire gatto se non ce l’hai nel sacco!
Beautiful bleeding, che dovrebbe essere, nelle intenzioni della band, la traccia iniziale, risulta la bestia nera. 
Arrivati al coro, probabilmente il momento di maggior apertura di tutto il disco, ci accorgiamo che il giro di Achille non conduce alla catarsi desiderata, quella che vorremmo l’ascoltatore provasse ogni volta durante il ritornello. 
Il suo arrangiamento parte bene, poi resta troppo sommerso in note gravi, perdendo brillantezza. 
È la fine.
Se volete un consiglio, scontato quanto vi pare, non cercate nuovi arrangiamenti in fase di registrazione; ne va del vostro tempo, dei vostri soldi, e della vostra tranquillità.
Achille inizia a provare circa 367 cori diversi, inventando le soluzioni più disparate.
Antonio, Simone e Andrea Stanisci cercano di aiutarlo fischiettando motivetti, facendo LA – LA – LA, imbracciando persino chitarre e basso… ma QUELL’arrangiamento, QUELLO che capisci subito che appartiene da sempre al pezzo, non vuole saperne di arrivare.
Hai voglia a cercare meccanicamente le note per esclusione, la scintilla non si accende.
Capiamo che è ora di smettere. Quel passaggio tocca ristudiarlo a casa, con calma.

Per il resto, proviamo a credere davvero che chi va piano va sano e va lontano, e chi ben comincia è comunque a metà dell’opera.
Chi vivrà, vedrà.