apr 8 2010

The Black Lodge, pt. 2

Sempre davanti alle tende rosse del Satyricon, estratti da
The man who sold the world (David Bowie)
Freckles
So. Central rain (R.E.M.)
Even more
Secret garden
Stripes
Have you ever seen the rain
(Creedence Clearwater Revival)


apr 5 2010

The Black Lodge, pt. 1

In a song (reprise) suonata davanti ai tendaggi rossi del Satyricon (Frosinone), poco più di due mesi fa:

A giorni seguirà un nuovo video, sempre dalla stessa serata.


mar 27 2010

Non c’è due senza tre

zanzibar_big_aprile


mar 25 2010

In a safe place [day #7]

E’ dura sapere di non poter permettersi il lusso di staccare la spina, ma ci sembra di essere tornati a quando eravamo “i giganti che giocano con le macchinine” (A million rushes) e non ci pesa nemmeno un po’ il fatto di ritrovarci per la quarta domenica consecutiva al Niski Studio.

Ci sono da terminare le parti di chitarra ritmica di Simone e l’idea è quella di fare una full-immersion dalle 10 alle 15 per poi chiudere il rough mix di tutte e 12 le canzoni.

Con la “famiglia allargata” (il gatto senza nome, Rocco, l’Ombra e soprattutto Il Putto – oggi più che mai in preda ad incontenibili manie di protagonismo, come si evince dalle foto) Simone imbraccia l’amata Telecaster attaccandola ad un Fender Twin Reverb: l’accoppiata migliore per i restanti brani da incidere.

Si parte con Freckles: le figure ritmiche sono molto animate e dinamiche ma già alla terza take ci rendiamo conto di aver centrato l’obiettivo.
A questo punto la palla passa ai due pezzi che in un certo senso hanno costituito la radice stessa della band e che quindi, per l’importanza che da sempre gli attribuiamo, vengono puntualmente relegati in coda ad ogni session: forse è il timore di fronteggiarli, o più verosimilmente l’idea di potergli dedicare uno spazio privilegiato.
Fatto sta che per le restanti ore di studio le note dolenti di The people embassy e The straight road si rincorrono senza tregua, sotto l’occhio attento e spocchioso del Putto e della sua acuta lente indagatrice.

Sono le 14 quando Simone suona l’ultimo accordo e mette a riposo la Telecaster; l’ultima ora verrà dedicata al riversamento delle tracce grezze per un rough mix che sarà importante oggetto di analisi per la restante parte della domenica.

Lasciamo Andrea Stanisci al suo legittimo pranzo domenicale e ci dirigiamo come da copione al banco ristorazione di Panorama.
Poi di nuovo in macchina, il tempo di un caffè, ed eccoci finalmente ad ascoltare il frutto di questi primi sette giorni di studio.

L’impressione generale è quella di un prodotto che ha sicuramente una “pompa” ritmica di grande spinta ed efficacia; sarà adesso compito della chitarra di Achille e della voce di Simone quello di equilibrare le tonalità e i colori delle canzoni, levigare gli accenti, bilanciare il giorno con la notte.

Riflettiamo a fondo anche sulle ipotesi di tracklist, giungendo a conclusioni che solo fino ad un mese non prendevamo nemmeno in considerazione: è ancora tutto in itinere ma siamo abbastanza convinti che il pezzo che abbiamo sempre pensato come “opening act” (The straight road) verrà spostato al centro della scaletta, lasciando così l’apertura del sipario a tutt’altre cose.

Siamo a metà strada (missaggio permettendo): la prossima carta la butterà sul tavolo Achille, con la sua Strato e il suo Orange.
Nel frattempo ci fermiamo qualche giorno; quello che serve per riflettere con la calma necessaria sulla crescita di In a safe place.


mar 22 2010

Springtime


cantina

E ancora:
22 Aprile al Satyricon, 7 Maggio a Nordovest, 14 Maggio all’Alternatyva.
Tutto questo mentre In a safe place continua a cuocere a fuoco lento.


mar 19 2010

In a safe place [day #6]

Risolta la sezione ritmica, è il tempo delle chitarre.
Un passo importante.
E allora, ecco in arrivo i rinforzi.
Oltre alla fedele Ombra di Peter Pan, presenza fissa in ogni sessione di registrazione, i 7TD stavolta vengono accompagnati anche dal leggendario “Putto”.
Chi ci segue dal vivo forse ricorda che il roseo ragazzino sulla sedia è anche il nostro tecnico delle luci, nonché comodo salvadanaio; sotto il suo sguardo inquietante, e la sua influenza woodoo, rimettiamo piede nella Room 1 per scegliere i suoni della chitarra ritmica.

Simone, nonostante l’imbarazzo della scelta, sembra avere le idee abbastanza chiare.
Dopo essere passato attraverso diverse combinazioni, sfumature e saturazioni, sceglie la soluzione sulla quale aveva fantasticato sin dall’inizio: Fender Telecaster e Vox.
Le sonorità acide e taglienti della tele, attraverso la presenza del Vox, sembrano parlare la lingua più adatta alla maggior parte dei brani.

Prima della pausa pranzo vengono chiuse Even more, sorprendente con una leggera ‘sporcatura’ di base, e Beautiful bleeding, che presenta un po’ di problemi nell’interpretazione delle cadenze, ma poi si rivela soddisfacente.
Il “Putto”, dal suo trono silenzioso, alza lo sguardo dal suo libro eternamente aperto alla stessa pagina, lancia un’occhiata d’intesa all’Ombra di Peter, e ci concede il suo gesto di approvazione.
Noi, che siamo tipi svegli, sappiamo cosa significa: è tempo di tornare a Panorama, per godere del menu più conveniente d’Italia.
Anche stavolta, qualità e quantità ci convincono appieno.

Di ritorno al Niski troviamo la sorpresa: Simone “Presidente” Podagrosi è lì, di fronte alla porta dello studio, tornato a farci visita.
Ha poco tempo, giusto un’oretta, ma siamo felicissimi di averlo ancora con noi… e senza avergli promesso né soldi, né gloria, né donne.
Tra l’altro sembra anche portarci bene, perché le registrazioni delle parti di A million rushes e Secret garden filano via che è un amore.
Noi e l’Ombra, a questo punto, salutiamo il “Presidente”. Il “Putto” no. A volte ha un po’ la puzza sotto il naso, vero, ma in fondo è un buon diavolo a conoscerlo bene.
Hole In The Ground, alle orecchie di Andrea Stanisci, ha qualcosa che non quadra nel connubio basso/chitarra; rivediamo un po’ le carte in tavola e ci accorgiamo che ha ragione. Dopo quattro tentativi troviamo l’arrangiamento giusto, e il brano scorre molto meglio.

E’ tempo di alzare la saturazione del Vox, che ha sete di distorsione: i suoni venuti fuori per Stripes e In a safe place risultano aggressivi, caldi e slabbrati come volevamo.
Anche per l’arrangiamento della title track sorgono dei dubbi, e vista la recente virata psichedelica del pezzo restiamo soddisfatti della ritmica nel coro, ma titubanti sui classici bicordi usati delle strofe. L’idea malsana che gira nella testa della band è quella di svuotare le basi dei cantati, lasciando l’accompagnamento solo nei cori per raggiungere l’effetto lisergico sperato.
C’è ancora tempo per decidere, staremo a vedere…

Alle 19:00 Simone è cotto, lancia un bacio al Vox, accarezza la sua Tele e la mette a nanna.
Il lavoro procede molto bene, anche i suoni delle chitarre sono partiti col piede giusto, e restano fuori dal lavoro giornaliero solo tre canzoni.

L’Ombra di Peter dà una pacca al “Putto”, che si era abbioccato sulla seggiola ma cercava di mascherarlo.
Il tempo di una carezza a Rocco, che ogni volta cerca di entrarci in macchina, chissà perché, e si riparte.
La sosta-aperitivo allo Stradivarius, il ‘Double R’ ciociaro, è ormai un classico imprescindibile.


mar 14 2010

In a safe place [day #5]

Il “day five” non è propriamente un “day”: sono le 19 quando ci avviamo in direzione Niski.
E’ un lunedì, e la session serale ci serve a chiudere l’editing del basso e a ritoccare qualche sfumatura che ancora non ci soddisfa al 100%.
Ci fa compagnia Giuseppe Palladino, ospite quanto mai azzeccato data la natura specifica di questa tornata: un’immersione dark senza se e senza ma, fin dentro le profondità remote ed ossessive delle linee di basso che caratterizzano Freckles, The people embassy e Hole in the ground, gli ultimi tre pezzi rimasti.

Si parte sciolti: Freckles fila dritta come un treno e non ha bisogno di nulla.
Cut!

The people embassy è una canzone radicale e concettualmente ostica.
E’ destinata ad essere la traccia di chiusura del disco ed è un brano inquieto, basato esclusivamente su un’oscura linea di basso, un ipnotico e rarefatto arrangiamento di chitarra ed una melodia di voce.
Stop.
Ne consegue l’assoluta importanza del sound che deve avere, appunto, il basso.
Antonio e Andrea lavorano sull’Ampeg per almeno quaranta minuti prima di arrivare all’obiettivo desiderato.
Ci si arriva, e si procede all’incisione.

Lo stesso tipo di suono viene adottato anche per Hole in the ground, un’altra canzone di chiara matrice slow-core che si affida a delle atmosfere grevi e profonde.

Giuseppe, il nostro compagno di serata, è palesemente turbato dall’ascolto reiterato delle baritonali note del Precision ma per fortuna è finita: sono le 23 quando viene suonato l’ultimo “Do”, accompagnato da un gesto collettivo di profondo sollievo… la sezione ritmica è andata!

Ci avviamo verso Frosinone ed una cena fuori orario; siamo più o meno a metà registrazioni e tutto, finora, sembra procedere nel migliore dei modi…


mar 12 2010

In a safe place [day #4]

Il manico del Fender Precision è famoso per essere un killer spietato. Un torturatore.
Diciamo che il buon Sayid Jarrah gli fa un baffo.
Chiedete alla mano sinistra di Antonio, se non ci credete.

Ci si ritrova al Niski col proposito di chiudere le parti di basso; la speranza iniziale è chiara: incidere, prima della pausa pranzo, le partiture di The straight road ( abbandonate la sera precedente per knock-out alle settima ora), risuonare A million rushes e In a song con il caldo suono del Torturatore, e stabilizzare Stripes che, a quanto pare, presenta ancora qualche problemino alla batteria.
All’anima del problemino.
Un’altra ora di editing e passa la paura.
Comunque ci andiamo vicini: tre centri su quattro, con l’intenzione di riprendere The straight road subito dopo pranzo.

A proposito di cibo, Andrea Stanisci ci butta lì con disinvoltura l’asso vincente: “Perché non andate a Panorama? Allungate giusto di 5 minuti.”
Lungo la Casilina, le avvolgenti note di Inside of love dei Nada Surf rendono affascinanti anche i paesaggi ciociari più deprimenti, e per quattro minuti tutto ci sembra perfetto.

Arriviamo a destinazione.
Con nostra grande sorpresa ci troviamo di fronte un banco-ristorazione sconfinato!
Roba da lasciarci gli occhi.
Uno accanto all’altro sfilano via tutti i tipi di primi, secondi, contorni, carni, pesci, verdure… siamo così rintronati da colori e odori che il cartello sulle pietanze ci sembra un miraggio: MENU’ – primo, secondo, contorno e bibita: 5.90 euro.
Tanto per essere sicuri chiediamo alla ragazza del bancone, che ci guarda strano, ci bolla come rimbecilliti e ci conferma che si, è proprio vero.
Tutto buonissimo, e dire che le porzioni fossero abbondanti è un eufemismo, visto che le ultime patate al forno (patate mutanti, di dimensioni spropositate) non riusciamo proprio a finirle.

Dopo un caffè in un bar con le mura dipinte di uno strano verde fosforescente, siamo di nuovo in studio.
Antonio riabbraccia il Torturatore; il loro, ormai, somiglia sempre più a un rapporto di quelli morbosi, folli, in cui l’amore viene progressivamente soppiantato dall’ossessione.
Non riesce a stargli lontano e, se potesse, tornerebbe indietro nel tempo con la DeLorean per incidere tutte le sue precedenti demo – tapes registrate negli anni col Precision!

Uno alla volta, chiudiamo le parti di basso per tutti i brani, tranne Freckles, Hole in the ground e The people embassy.
Certo, c’è mancato un pelo ed è un peccato, ma il punto è che alle 18:30 siamo cotti, la concentrazione sfarfalla, e i tendini della mano sinistra di Antonio hanno bisogno di una seduta curativa al Tempio.

Lo Stradivarius, che in mattinata avevamo ignorato per la seconda colazione “hobbit”, ci accoglie per il consueto aperitivo.
Due amari digestivi stavolta, visto che le X-Potatoes continuano a lievitare nei nostri stomaci.


mar 10 2010

In a safe place [day #3]

A pochi metri dallo Stradivarius (leggasi puntate precedenti) c’è un gabbiotto dell’autovelox.
Parliamo di questo, e delle (prevedibilissime) multe che ci arriveranno per averlo ignorato finora, durante la colazione che fa da prologo a questa due giorni tutta dedicata alle registrazioni del basso.
Sono le 10 in punto, non ci sentiamo al massimo della forma fisica (malesseri influenzali, sbornie terminate solo qualche ora prima) e sappiamo di trovarci davanti ore di duro lavoro.
Ma come sempre ci accade di chiosare: “Magari poterla fare tutti i giorni questa vita!”
Anche al Niski, tuttavia, il secondo weekend di sessions per In a safe place non si presenta nel migliore dei modi: non si fa in tempo a sistemare i suoni del basso che subito si presenta una problematica che va in cima alla lista delle priorità: Stripes ha qualcosa che non quadra.
Forse, in preda alla stanchezza, domenica scorsa l’abbiamo trascurata in fase di editing della batteria, e ci accorgiamo che c’è da lavorarci ancora molto.
Ci rimbocchiamo le maniche, Andrea Stanisci sfodera tutte le sue impeccabili competenze nell’uso di ProTools, ed ecco arrivare il sigillo anche su quella che è la nostra canzone più vecchia.
Si può partire.
Ma forse no.

Antonio imbraccia il suo (amato, almeno fino a sabato scorso) Fender Jazz collegandolo ad una magnifica testata Ampeg SVT, e incide le partiture di A million rushes e In a song.
Poi è la volta di Even more: allo scopo di trovare un sound più rotondo e profondo (maggiormente adatto al brano in questione), posa il Jazz per accogliere tra le sue braccia un Fender Precision di proprietà Stanisci.
Il tradimento viene perpetrato nell’arco di quattro minuti (il tempo di mettere su pista Even more): il Jazz resterà seduto sul suo trespolo e tutto il disco verrà suonato con il Precision!

Sono le 14:30 e andiamo a pranzo con la consapevolezza di dover ancora iniziare i lavori previsti per questo sabato; ci consolano le lasagne dello Stradivarius e la compagnia dell’”indice destro del Diavolo” (Mario Scerrati), che ha presenziato alla mattinata delirante (partorendo i suoi consueti capolavori fotografici; stavolta a colori) e che ci accompagna in questo veloce ma soddisfacente pranzo.

Durante il caffè arriva il cambio della guardia: Mario batte il cinque a Simone “Presidente” Podagrosi, che porta in dote due dei suoi gioielli (un Precision del ‘73 e un Jazz) e ci assiste per il resto della giornata.

Torniamo in sala, già molto stanchi e in parte preoccupati.
Antonio deve fare “amicizia” con il Precision, che è profondamente diverso dal suo basso e che richiederebbe un adeguato training prima di essere utilizzato a dovere.
Ma evidentemente è amore al primo tocco: nell’arco delle poche ore pomeridiane vengono registrate in scioltezza le parti di quasi tutte le canzoni rimanenti.
Il sound è perfetto, le esecuzioni trasmettono calore e feeling, l’atmosfera della sala è quella giusta, le tensioni sono scomparse, tutto fila liscio.

Ma il manico del nuovo basso richiede un impegno senza compromessi e alle 18:00, durante una prima take di The straight road, la stanchezza prende il sopravvento e Antonio getta la spugna.

Certo, possiamo tornare a casa molto più che soddisfatti: la sezione ritmica sta prendendo forma nella maniera che abbiamo sempre desiderato.
Ci aspetta un altro sabato sera casalingo in vista della full-immersion domenicale; il rituale brindisi di fine giornata allo Stradivarius ci ritrova con la luce negli occhi e la certezza di aver trovato quello che stavamo cercando.


mar 4 2010

In a safe place [day #2]

Tic – tic – TAC…
«Si, perfetto… 120 è giusto…».
Tic – tic – TAC…
«Aspetta… oh, aspetta! Quel colpo di cassa è in anticipo… torna un po’ indietro».
Tic – tic –TAC…
«Il rullante qua è in levare…»
Tic – tic –TAC…
«AAAAAH!!!»

Ecco, se c’è stato un protagonista indiscusso del secondo giorno di registrazione di In A Safe Place, quello è senza dubbio il “click”.
Un’entità apparentemente innocua ma che nasconde un animo oscuro, ossessivo. Può portarti alla follia senza sforzarsi più di tanto. Credeteci.
Fortunatamente il lavoro del primo giorno è stato così accurato e abbondante che ne siamo usciti vivi, e in un tempo anche discreto: 10:00 – 18:00, e passa la paura.

L’ascolto delle basi di batteria parte liscio, l’esecuzione di Gianni è molto precisa ed Even More, A Million Rushes e Stripes riusciamo a chiuderle in tempi record.
Iniziano a vagare per la stanza frasi colme di speranza, un po’ buttate là, un po’ a mezza bocca, come a non voler sfidare troppo il destino.
Cose del tipo: «Se va avanti così… magari…».
Oppure: «L’hai portato il basso, Anto’?».
Andrea Stanisci se la rideva già sotto i baffi pensando, di fronte allo schermo con i valori della batteria, “illusi…”
E aveva ragione.

Il leggendario Rocco entra nella Room 2 e guadagna il suo posto sul divano.
Inizia subito a russare come un trattore, diverse ore in anticipo rispetto al giorno precedente, probabilmente cullato dall’ipnosi del “click”.
Un’altra vittima innocente.

Riceviamo la graditissima visita di Alessandro e Mario Scerrati.
Mario, “l’indice destro del Diavolo” (per l’incredibile capacità di trasformare ogni scatto della sua reflex in un quadro d’autore), è venuto in veste ufficiale di fotografo.
Tira fuori i ferri del mestiere e confeziona gli ennesimi capolavori.
Alessandro, che ha seguito stoicamente la band in ogni data live fin dagli albori, si ferma ad ascoltare il “click” per qualche minuto riuscendo, con incredibile forza di volontà, a distogliere lo sguardo prima di cadere sotto l’effetto dell’ipnosi.

Su Hole In The Ground credevamo di trovare grossi problemi; con nostro grande sollievo invece, anche il lavoro sulla canzone dedicata alla nostra provincia viene archiviato facilmente.
Per The People Embassy Gianni deve ritornare dietro ai tamburi. Si tratta di un brano d’atmosfera in cui, di percussivo, ci sono solo aperture sui piatti, quindi il giorno precedente abbiamo deciso di posticiparlo. Mario ne approfitta per immortalare il batterista all’opera, mentre noi che credevamo di dover incidere su una base di 36, abbiamo finito per registrare a 50!

Alessandro e Mario ci salutano e passiamo alla versione alternativa di In A Song… ed ecco arrivare la vendetta del “click”!
Un’ora in cui non riusciamo a capire cosa non va; il ritmo non ci convince, i feel sono sfasati, e la stanchezza inizia a farsi sentire.
Quando anche Andrea ci confessa di essere cotto gettiamo la spugna, anche perché sono le 14:00 ed è ora di tirare il fiato.

Tragedia: troviamo lo Stradivarius chiuso!
Avevamo ancora in bocca il sapore delle lasagne mangiate il giorno precedente, e invece la domenica apre nel pomeriggio. Imprechiamo il giusto, quindi ci dirigiamo al bar vicino, un posto di cui abbiamo rimosso il nome.
Non a caso.
Riusciamo a riempire i nostri stomaci del pranzo peggiore del 2010, almeno per ora.
Siamo sicuri che anche con il passar del tempo difenderà il primato a testa alta.

Con la “gomma – pane” ancora in bocca, torniamo in studio.
In A Song “slow version” sembra proprio non voler quadrare.
Ci vuole un’altra ora di lavoro prima che tutti possiamo ritenerci soddisfatti.
Fortunatamente il resto del pomeriggio è in discesa; Freckles e Secret Garden filano che è un amore, The Straight Road viene su con un suono di batteria incredibilmente caldo e potente, Beautiful Bleeding ha il perfetto incalzare del singolo, e la scelta di arricchirla col tamburello risulta azzeccata.
Si chiude, simbolicamente, con In A Safe Place, che a livello percussivo suona come un estratto dalla colonna sonora di Conan Il Barbaro.

E anche questo secondo giorno è andato: le partiture di batteria sono concluse!
Era proprio questo l’obiettivo fissato per la “due-giorni” iniziale, e non possiamo chiedere di meglio.
Tornando a casa, nella testa il “click” continua a martellare… il sogno ha iniziato a prendere forma… la strada diritta, finalmente, è asfaltata.
Tic – tic – TAC…
Tic – tic – TAC…
Tic – tic – TAC… STOP.