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In a safe place
In a safe place [day #15]
- 3 ottobre 2010
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L’ultima sessione di registrazione è un po’ come il bicchiere della staffa.
Vorresti prolungare il piacere ancora, far tintinnare i calici all’infinito, e allo stesso tempo sai che è giusto chiudere, mettere un sigillo alla serata, non farla andare in vacca.
Perché, ebbene sì, anche una registrazione può “invecchiare” male.
C’è un momento, come quasi in tutto, nel quale è opportuno mettere il punto, o forzarsi a farlo.
Con un album bisogna fotografare un periodo, e per In a safe place l’inquadratura è quella giusta.
Molto sottile è anche il confine fra la maniacalità ossessiva e la precisione. La band si è resa conto che la miriade di cambiamenti che vengono fuori durante le discussioni suonerebbero solo alle orecchie dei quattro componenti, senza nulla aggiungere ad un prodotto ormai maturo, pronto per essere “mixato”.
Gianni e Simone si presentano al Niski intorno alle 11:20, e per iniziare analizzano lo stacco centrale di The straight road, che non aveva mai convinto del tutto.
Una volta approvato, è la volta di ritoccare la chiusura chitarristica di The people embassy, nel quale una variazione dettata dall’estro del momento si era trasformata in una fastidiosa stecca.
L’ennesimo feedback di chitarra, quindi, viene aggiunto per arricchire la caduta di Secret garden, che suonava un po’ vuota, mentre il finale di chitarra in Hole in the ground viene ricreato sfumando un accordo estrapolato dal giro principale.
A quel punto Gianni elenca una serie di suoni di batteria che nel rough mix, misteriosamente, sono andati perduti. Andrea prende appunti e rassicura il drummer, promettendogli che i suddetti suoni avrebbero riacquistato la giusta presenza durante la fase di mix.
Tocca alla registrazione delle percussioni, pensate per rimpolpare alcuni refrain e per donare quel tocco di originalità in più che non guasta mai.
Gianni decide di partire dal tamburello, che prova subito sul coro di Beautiful bleeding, rendendolo ancora più aperto e coinvolgente. Ne registra anche dei brevi interventi su Stripes, con l’intenzione di amalgamare il suono con un effetto per creare dei “crescendo”.
Per Even more invece non si ottiene l’appeal sperato, ma l’effetto percussivo torna vincente su Secret Garden, e per il coro e per il finale, conferendo al brano la spinta decisiva.
Dopo la succulenta pausa pranzo al “Double R” ferentinese (chi ha seguito questi deliranti diari sa che si tratta dello Stradivarius), si torna in studio con la giusta carica.
Occorre registrare parti aggiuntive di rullante, e Gianni per l’occasione chiede ad Andrea un Ludwig Supraphonic, al fine di variare il suono rispetto al Sonor usato nelle registrazioni col drum set completo.
Ne viene fuori l’esperimento più azzeccato della giornata: A milliom rushes, totalmente spalmata di un rullante rimbalzato che fa andare il brano a mille e gli fa trovare la giusta luce una volta per tutte. Visto il risultato, Andrea propone addirittura di far passare in secondo piano quella che era stata, fino ad allora, la partitura principale, gettando nella mischia un altro bel grattacapo per il mixaggio.
Gianni allontana la cordiera dalla pelle risonante e registra delle brevi suggestioni sonore sul finale di In a safe place.
Si cambia ancora: tocca ad un insieme di shakers ed ovetti impreziosire i cori di In a song.
Il finale percussivo spetta ai bonghi, coi quali Gianni tenta l’esperimento più ardito: inserire degli accenti in levare nel ritmo portante. Tra una prova e l’altra il batterista viene letteralmente invasato dal famoso “demone latinoamericano”, molto pericoloso quando prende possesso degli arti di un batterista rock, perché incline a trasformarlo in un fautore dei ritmi da “Gran Fieston Salvadoreño”.
È in questo clima che fa il suo ingresso Antonio, che fiuta subito il pericolo e propone di lasciare il brano nel suo funzionale approccio indie, senza troppi fronzoli.
Per Gianni è proprio tempo di posare bacchette e mani percuotenti: il suo lavoro è concluso.
Restano solo due sovraincisioni di basso da registrare nei cori di A million rushes. Antonio le esegue collegandosi direttamente al banco, senza microfonare alcun amplificatore. Un paio di take e stavolta è proprio ufficiale: le registrazioni di In a safe place, primo disco dei 7 Training Days, sono terminate.
Al mixing l’ardua sentenza.
In a safe place [day #14]
- 14 settembre 2010
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Bob Dylan afferma di non riascoltare mai i dischi che incide perché sa che non gli piacerebbero, convinto di trovarci dentro idee e concetti per forza di cose ancorati al momento della composizione.
Come Dylan, molti altri artisti, nel corso degli anni, fanno vivere ai loro pezzi dei processi evolutivi, riarrangiandoli continuamente (dal vivo o in studio) fino a farli arrivare alla loro forma definitiva.
Una sorta di continuo “work in progress” il cui passo iniziale è, paradossalmente, il momento dell’incisione su disco.
Visto che questa attitudine è radicata anche nei 7 Training Days (l’esempio più emblematico è In a song, canzone partita con arrangiamenti totalmente diversi rispetto alla versione finita) si arriva a questo “day#14″ con parti di chitarra completamente rivisitate per almeno due pezzi.
In particolare per Stripes, canzone che Antonio e Simone composero nel 2002 (molto tempo prima della nascita della band) e che da allora è rimasta intatta fino a oggi, giorno in cui Achille, alle prese con una estenuante full-immersion da otto ore, tira fuori dal cilindro risvolti inediti che fanno assumere al pezzo quella componente post-noise che è stata cercata invano per anni.
Stripes è la seconda canzone sulla quale chiudere definitivamente le parti di chitarra rimaste in sospeso dopo il primo rough mix.
A precederla, appunto, In a song, uno dei brani sui quali il gruppo punta maggiormente e, proprio per questa ragione, soggetta ad una revisione clinica e ossessiva che però dà i suoi frutti.
Se fosse stata registrata anche solo pochi mesi fa (quando a tutti comunque sembrava ultimata), sarebbe stata una canzone radicalmente diversa.
Gli ultimi ritocchi fatti in questa quattordicesima session prevedono un arrangiamento completamente nuovo per il ritornello e il bridge: il risultato è, dopo tanti sforzi, quello inseguito.
Il terzo ostacolo della giornata è la risoluzione del refrain di Beautiful bleeding, risolto da Achille con un giro andante suonato con un leggero delay per ottenere la giusta apertura.
E’ dunque la volta di Hole in the ground: anche qui, a rimanere in aria, c’erano ancora le questioni legate all’efficacia delle basi chitarristiche per il coro: tutto risolto con una soluzione solista provata live nelle date del 2009 e un tappeto di accordi in progressione.
Ci siamo, sono le 17 e si può finalmente festeggiare la chiusura delle chitarre; prima di tirare il fiato però, mancano gli ultimissimi orpelli: la ricerca dei giusti feedback da inserire in The straight road.
Sembra un dettaglio ma, come tutte le cose che non dovrebbero essere sottovalutate, porta via molto più tempo del previsto.
Dopo circa un’ora di infiniti tentativi Achille manda a tutto gas i pedali, si slaccia la Stratocaster e la attacca letteralmente ai coni della cassa Marshall usata per alcune parti distorte: è l’epifania!
Adesso si possono finalmente staccare tutti i jack e spegnere le testate.
Un disco non è mai realmente finito, come dice Dylan, ma si arriva ad un punto in cui le canzoni raggiungono la loro piena maturità ed espressione.
E’ quello che pensano Achille e Antonio delle canzoni appena ultimate mentre “danno il cinque” ad Andrea Stanisci per avviarsi verso casa.
In a safe place [day #13]
- 5 settembre 2010
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Ogni cantante non “ascolta” la propria voce come il resto del genere umano.
Simone sa di non essere un’eccezione.
Il motivo è semplice: ci sono dei passaggi, delle sfumature che, seppure in tono, a volte non suonano come hanno suonato per mesi nella sua testa.
Interpretazione.
O solo sfumature, certo, e neanche basilari.
Ma certe volte a chiudere il cerchio sono i dettagli.
Quindi la seconda session di voce diventa molto, molto importante: è il momento di fissare le linee melodiche una volta per tutte; congelarle nel tempo.
Si parte con Stripes.
La vecchia versione risultava poco convinta, un po’ della serie: “Sì, ora te la canto, se proprio ci tieni”.
Un paio di prove, e stavolta il flusso melodico sembra decisamente migliore; Antonio suggerisce di alzare parecchio la base musicale in entrata nelle cuffie, non per rendere sordo il cantante della band, ma in modo che lo sforzo vocale sia più grande, e l’interpretazione più sentita.
Ed in effetti funziona.
Tocca allora al brano tecnicamente più complesso: Beautiful bleeding.
Il passaggio dal falsetto alla voce piena, nel coro, essendo avvenuto solo in sede di registrazione, non risultava convincente; la terza take del brano invece sì, e resta soltanto da decidere come gestire il finale: ne vengono registrate due versioni (una con accetti più “melodrammatici”, una un pò più “naturale”) e si deciderà in fase di missaggio.
Ogni cantante, se gliene viene concessa la possibilità, sbrodola.
Ogni cantante, nella maggior parte dei casi, non dà ascolto ai consigli che gli vengono dati.
Simone pensa di rientrare decisamente nel primo postulato, ma di fare eccezione per quanto riguarda il secondo.
La terza canzone da affrontare per intero è In a song; La resa nel rough mix risultava poco incisiva, con troppo fiato e ruffianeria in eccesso.
Quella che viene fuori invece ha il peso specifico giusto; asciutta e “soul”, ha il sapore che avrebbe sempre dovuto avere.
Riascoltando la sua ultima fatica Simone pensa che ogni cantante basterebbe a se stesso, compiaciuto della (e nella) propria voce.
Un po’ megalomane come concetto. Ma vero.
Il resto sono ritocchi: una strofa e il bridge in Freckles, un paio di parole mal pronunciate in Even more e The people embassy, controcanti per Stripes, A million rushes e The straight road (fino a quando, in pieno delirio mistico per doppie e triple voci sovraincise, capisce che forse è il momento di darci un taglio!)
Ogni cantante sa bene un’ultima cosa: per quanto sia valida la proposta, sarà la sua voce la prima cosa a risaltare all’orecchio dell’ascoltatore.
Anche questo Simone lo sa bene, e confida di avercela messa tutta per cercare di trasmettere il senso di quelle linee melodiche che sente risuonare nello stomaco, sciogliersi nel suo cuore e rimbombare nella sua testa.
In a safe place [day #11+12]
- 26 luglio 2010
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Arriva un momento, durante la registrazione di un disco, in cui fare un salto di fede, oltrepassare un’immaginaria linea di confine, ed accettare il fatto che non si torna più indietro (a meno che non ci sia la Interscope a coprirti le spalle) e che – salvo qualche rettifica – quello che hai inciso è quello che rimarrà.
L’alternativa sarebbe quella di ripartire da zero, e far finta di aver semplicemente “provato” a registrare… ma visto che non c’è nessun Rick Rubin ad orchestrare i destini di In a safe place, l’unica reale soluzione è quella di mettere da parte l’annoso ed incontrollabile perfezionismo che da sempre tormenta ogni singolo respiro dei 7 Training Days e rasserenare gli animi in vista della fase più rognosa di tutto il gioco: il missaggio.
Il passo obbligato dunque è quello che prevede la realizzazione di un “rough mix”, una sorta di premissaggio di tutto quello che è stato inciso, senza lavorare troppo sui volumi e le dinamiche ma semplicemente ascoltando e mettendo a punto tutte le tracce per farne un cd e metabolizzarlo fino alla nausea per capire cosa va e cosa non va, dove intervenire, e soprattutto farsi un’idea (con il presupposto di sforzarsi di essere il più neutrali possibile) abbastanza vicina alla realtà di quello che sarà il prodotto finito.
L’occasione di lavorare sul “rough mix” arriva in due calde serate di fine maggio: nella prima ci sono Antonio e Simone ad assistere Andrea Stanisci, nella seconda c’è invece il solo Antonio a dare man forte al padrone di casa.
Si procede in maniera abbastanza spedita e al termine della due giorni ecco le undici tracce messe per la prima volta su cd nell’ordine giusto, quello che verrà mantenuto fino alla fine della produzione.
Il bilancio è tutto sommato soddisfacente; a canzoni praticamente terminate, che avranno bisogno soltanto di qualche piccolo orpello per essere chiuse (In a safe place, Even more, A million rushes, Secret garden) se ne alternano altre ancora lontane dalla forma che dovrebbero avere (Stripes, Hole in the ground) ed altre ancora che avranno bisogno della “zampata” finale, quel tocco che ancora manca ma che è già in rampa di lancio (Beautiful bleeding, In a song).
Prossimo passo: risuonare le parti da correggere e sovraincidere quel minimo che occorre.
Ah, e fare pace con le ossessioni “kubrickiane”.
In a safe place [day #10]
- 15 luglio 2010
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“A volte ciò che sembra alba non è” (Una serata al Niski Studio in 7 proverbi)
Cade a fagiolo questa citazione di Manuel Agnelli.
Il finale del precedente resoconto apriva spiragli sulla possibile chiusura delle registrazioni prima della pausa estiva… la verità è invece questo day #10 scritto in ritardo, e uno slittamento globale delle registrazioni di un paio di mesi.
Certo, se i 7 Training Days si arrendessero facilmente neanche ci sarebbero arrivati in studio, ma è passata acqua peggiore sotto i ponti…
Tuttavia bando alle ciance, tocca parlare della seconda sessione di Achille e della sua chitarra “stereo”.
Mentre l’ancora (per poco) celibe chitarrista si appresta a preparare i ferri del mestiere, Simone e Antonio se ne vanno a cercare delle cibarie, vista l’ora di cena. Oltre alla consueta scorta di birra, decidono di optare per delle pizze margherita a portar via. Un grave sbaglio, vista la consistenza “cartonata” del prodotto, mandato giù solo per via della fame e delle abbondanti sorsate alcoliche.
Nel frattempo Achille, solitario dall’altra parte del vetro, sta affrontando Even more.
Il brano, seppur complesso e pieno di finezze, non gli causa particolari problemi; il risultato è ottimo, la canzone ne esce valorizzata, impreziosita, e a tratti sembra di ascoltare un Gilmour più moderno al servizio di un progetto indie-rock.
Anche A million rushes fila liscia, a parte qualche piccola difficoltà nelle cadenze in levare sotto le strofe.
In A Song mostra qualche problema in più, la partitura “spy”, seppure accattivante, si dimostra un tantino troppo piena, e la complessità in questo caso risulta inversamente proporzionale all’immediatezza.
Sfoltendo alcuni passaggi dell’arpeggio però il gioco è fatto, e la ciliegina sulla torta è l’incredibile purezza di suono che viene fuori dal Fender Twin Reverb.
Ma… non dire gatto se non ce l’hai nel sacco!
Beautiful bleeding, che dovrebbe essere, nelle intenzioni della band, la traccia iniziale, risulta la bestia nera.
Arrivati al coro, probabilmente il momento di maggior apertura di tutto il disco, ci accorgiamo che il giro di Achille non conduce alla catarsi desiderata, quella che vorremmo l’ascoltatore provasse ogni volta durante il ritornello.
Il suo arrangiamento parte bene, poi resta troppo sommerso in note gravi, perdendo brillantezza.
È la fine.
Se volete un consiglio, scontato quanto vi pare, non cercate nuovi arrangiamenti in fase di registrazione; ne va del vostro tempo, dei vostri soldi, e della vostra tranquillità.
Achille inizia a provare circa 367 cori diversi, inventando le soluzioni più disparate.
Antonio, Simone e Andrea Stanisci cercano di aiutarlo fischiettando motivetti, facendo LA – LA – LA, imbracciando persino chitarre e basso… ma QUELL’arrangiamento, QUELLO che capisci subito che appartiene da sempre al pezzo, non vuole saperne di arrivare.
Hai voglia a cercare meccanicamente le note per esclusione, la scintilla non si accende.
Capiamo che è ora di smettere. Quel passaggio tocca ristudiarlo a casa, con calma.
Per il resto, proviamo a credere davvero che chi va piano va sano e va lontano, e chi ben comincia è comunque a metà dell’opera.
Chi vivrà, vedrà.
In a safe place [day #9]
- 17 maggio 2010
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In a safe place è un titolo che significa molte cose.
E che parla anche di quei luoghi della mente nei quali rifugiarsi per vivere le cose a modo proprio, “tenendo i lupi fuori dalla porta”.
Ed è in un “posto sicuro” che si rifugia Achille nelle due folgoranti ore che gli bastano per dare fuoco a sei tracce, senza soluzione di continuità.
Eppure, come in tutte le tradizioni romantiche che si rispettino, tutto era cominciato nel peggiore dei modi possibili.
Il summit presso il Niski Studio è alle 18:30; l’obiettivo è quello di trovare i suoni di chitarra e buttare giù qualche pezzo guida per poter delineare i contorni del lavoro che seguirà.
L’idea di Achille è quella di creare un suono stereo microfonando due ampli in serie; un’idea studiata a lungo e che si rivelerà poi una soluzione geniale ed azzeccatissima.
Il set prevede una testata Orange su cassa Marshall 1960 e un Fender Twin Reverb collegati attraverso uno switch che permette di modulare l’ampiezza e la presenza del suono a seconda delle necessità (maggiore azione sull’Orange per i pezzi più spinti, enfasi invece sul Fender per le parti pulite).
E’ il momento di iniziare ma, ovviamente, non può andare tutto liscio.
Achille viene richiamato d’urgenza in ufficio lasciando Antonio e Andrea Stanisci in stand-by.
La questione si fa più lunga del previsto, e l’unico modo di ingannare l’attesa è di buttarsi sulla cena.
Le lancette dell’orologio segnano ormai le 21 ed è palese oramai che la session verrà annullata; Antonio torna in studio dopo una deprimente pizza a Panorama e ci ritrova proprio Achille, giunto esattamente in quegli istanti.
Ed è qui che avviene l’inaspettato; qui che si compie l’ennesimo miracolo del rock ‘n roll.
In un clima di giustificata tensione e nervosismo Achille imbraccia la fedele Stratocaster, si chiude da solo nella sala degli ampli, offre le spalle ad Antonio e Andrea che lo osservano attraverso il vetro della regia, e senza dire una parola si fa mandare in cuffia The straight road.
E’ magia pura; il suono spalanca le mura del Niski, l’esecuzione è perfetta ed emozionante… buona la prima!
Non c’è bisogno di tarare nulla, né di ritoccare imperfezioni, né di sovraincidere; e non c’è nemmeno bisogno di sprecare troppe parole.
Achille chiede di farsi mandare in cuffia Stripes, Freckles, Hole in the ground, Secret garden, In a safe place.
Tutto perfetto, tutto a prima take.
E’ pronto per andare avanti e finire il lavoro ma c’è un po’ di stanchezza generale e si preferisce interrompere le registrazioni.
Si esce dalle rispettive sale ed un abbraccio suggella il miracolo compiuto; sono le 23:30 ed è il momento di festeggiare degnamente con un Pampero Especial.
Restano ancora quattro tracce di chitarra, e l’alba è sempre più vicina.
In a safe place [day #8]
- 5 maggio 2010
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“Allora, la chitarra stavolta non mi serve… l’Ombra di Peter Pan l’ho presa, il Putto è già in macchina, sto pure in orario… perfetto, si parte per le sessions di voce!”
E’ più o meno questo il pensiero di Simone quando a Ceprano monta sul Pandino verde fiammante: destinazione Niski Studio, Ferentino.
A metà strada però, ecco irrompere il classico sudore freddo dietro la schiena, quella reazione che significa che qualcosa gli è sfuggito, anche stavolta.
Ovviamente sta andando a cantare dodici testi in inglese, sui quali sono state fatte da poco delle revisioni, e li ha dimenticati tutti a casa.
Perfetto.
Ma si va avanti: Antonio viene avvertito tempestivamente, carica i testi sul MacBook, e via verso lo studio.
Anzi verso Panorama visto che è giusto ora di pranzo.
Qui cade la seconda nota storta: il maxi menu a 5,90 stavolta delude di brutto, e il caffè è difficilissimo da trovare, visto che è domenica 25 aprile, ed è tutto chiuso.
Insomma, dovendo dar retta ai segnali, sarebbe stato opportuno rimontare in macchina e tornare a casa.
Terzo presagio: una volta arrivati in studio, Andrea & Brothers devono mettere a posto una camionata di attrezzature usate per un service fatto a Roma il giorno precedente.
Insomma si fanno le 16:00, e ancora non è stato intonato un singolo vocalizzo.
Tutto questo, a fine serata, significherà almeno una cosa.
Anzi, tre:
1) Non è sempre vero che il buongiorno si vede dal mattino.
2) La ruota gira.
3) Nulla è irreversibile, per dirla alla Lost.
Infatti si parte con la speranza di dare una bella sfrondata a cinque, sei canzoni, ma si riesce ad ottenere molto di più.
L’ugola di Simone è in forma e si crea magicamente la giusta atmosfera.
Even more, come sempre, è la prescelta per iniziare.
La prima take risulta subito buona, ma Andrea non è convinto.
Il consiglio è semplice ma vitale: “Ok, adesso fregatene della tecnica, del diaframma, del tempo giusto. Cantala e basta. Lasciati andare.”
Il Putto annuisce come l’Uomo del Monte.
La seconda take, in effetti, risulta più sentita. Manca ancora qualcosa però per dare più calore alla voce di Simone.
Andrea tira fuori dal cilindro un paio di shots di un liquore dolce fatto in casa.
Simone non chiede il nome né gli ingredienti, meglio di no… ma gradisce alquanto, così come le sue corde vocali, che iniziano a fare davvero sul serio.
Inutile scrivere il solito elenco “song by song”, le registrazioni procedono abbastanza spedite con, essenzialmente, solo un paio di intoppi.
Uno, tecnico, riguarda il coro di Beautiful bleeding, che sulla carta prevede degli allunghi in falsetto su Sol maggiore.
Il risultato non è abbastanza convincente, e non ci si può accontentare.
Simone ha qualche difficoltà a modulare quel falsetto; per interpretarlo e caricarlo non ne tiene bene il controllo. Anche in questo caso il consiglio di Andrea risulta efficace: “Perché non lo canti a piena voce? Verrebbe meglio.”
Segue mezz’ora in cui Simone rischia di strapparsi la gola in allunghi estenuanti… ma la resa, in effetti, è tutta un’altra cosa.
L’altro intoppo, se così si può chiamare, riguarda l’annosa controversia Antonio/Simone, una di quelle che risalgono alla notte dei tempi.
Tipico esempio di discussione:
Antonio: “Mi raccomando, cantala semplice”.
Simone: “Ma è già semplice”.
Antonio: “No no… troppi svolazzi, troppe variazioni”.
Simone: “Boh… eppure l’ho asciugata”.
Antonio: “Ma se sembravi Gandalf!”
Simone: “Ah! Ah! Ah! Dici che è troppo teatrale?”
Antonio: “Eeeeh!”
Simone: “Ok, riprovo. Ma poi ne faccio una più interpretata”.
Antonio: “Vabbe’, ma almeno la strofa cantala come… come se parlassi, così, normale”.
Insomma, un tira e molla che tende poi, necessariamente, a una via di mezzo. E anche questo dà i suoi risultati.
Quando alle 19:45 Antonio propone di smettere, Simone dà una scorsa ai testi e annuncia: “Oh, guarda che mancano solo 2 canzoni!”
Antonio è basito.
Eppure è così: finisce che in sole 3 ore e mezzo vengono archiviate 2 versioni per ogni brano, più buona parte dei controcanti.
Andrea consegna a Simone la medaglia ufficiale dello studio, con l’onorificenza di essere diventato il cantante più veloce ad aver registrato, al Niski, le parti di un disco intero.
L’Ombra applaude, commossa, e torna la speranza di riuscire a chiudere tutto entro l’estate.
In a safe place [day #7]
- 25 marzo 2010
- 1 Commento »
E’ dura sapere di non poter permettersi il lusso di staccare la spina, ma ci sembra di essere tornati a quando eravamo “i giganti che giocano con le macchinine” (A million rushes) e non ci pesa nemmeno un po’ il fatto di ritrovarci per la quarta domenica consecutiva al Niski Studio.
Ci sono da terminare le parti di chitarra ritmica di Simone e l’idea è quella di fare una full-immersion dalle 10 alle 15 per poi chiudere il rough mix di tutte e 12 le canzoni.
Con la “famiglia allargata” (il gatto senza nome, Rocco, l’Ombra e soprattutto Il Putto – oggi più che mai in preda ad incontenibili manie di protagonismo, come si evince dalle foto) Simone imbraccia l’amata Telecaster attaccandola ad un Fender Twin Reverb: l’accoppiata migliore per i restanti brani da incidere.
Si parte con Freckles: le figure ritmiche sono molto animate e dinamiche ma già alla terza take ci rendiamo conto di aver centrato l’obiettivo.
A questo punto la palla passa ai due pezzi che in un certo senso hanno costituito la radice stessa della band e che quindi, per l’importanza che da sempre gli attribuiamo, vengono puntualmente relegati in coda ad ogni session: forse è il timore di fronteggiarli, o più verosimilmente l’idea di potergli dedicare uno spazio privilegiato.
Fatto sta che per le restanti ore di studio le note dolenti di The people embassy e The straight road si rincorrono senza tregua, sotto l’occhio attento e spocchioso del Putto e della sua acuta lente indagatrice.
Sono le 14 quando Simone suona l’ultimo accordo e mette a riposo la Telecaster; l’ultima ora verrà dedicata al riversamento delle tracce grezze per un rough mix che sarà importante oggetto di analisi per la restante parte della domenica.
Lasciamo Andrea Stanisci al suo legittimo pranzo domenicale e ci dirigiamo come da copione al banco ristorazione di Panorama.
Poi di nuovo in macchina, il tempo di un caffè, ed eccoci finalmente ad ascoltare il frutto di questi primi sette giorni di studio.
L’impressione generale è quella di un prodotto che ha sicuramente una “pompa” ritmica di grande spinta ed efficacia; sarà adesso compito della chitarra di Achille e della voce di Simone quello di equilibrare le tonalità e i colori delle canzoni, levigare gli accenti, bilanciare il giorno con la notte.
Riflettiamo a fondo anche sulle ipotesi di tracklist, giungendo a conclusioni che solo fino ad un mese non prendevamo nemmeno in considerazione: è ancora tutto in itinere ma siamo abbastanza convinti che il pezzo che abbiamo sempre pensato come “opening act” (The straight road) verrà spostato al centro della scaletta, lasciando così l’apertura del sipario a tutt’altre cose.
Siamo a metà strada (missaggio permettendo): la prossima carta la butterà sul tavolo Achille, con la sua Strato e il suo Orange.
Nel frattempo ci fermiamo qualche giorno; quello che serve per riflettere con la calma necessaria sulla crescita di In a safe place.
In a safe place [day #6]
- 19 marzo 2010
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Risolta la sezione ritmica, è il tempo delle chitarre.
Un passo importante.
E allora, ecco in arrivo i rinforzi.
Oltre alla fedele Ombra di Peter Pan, presenza fissa in ogni sessione di registrazione, i 7TD stavolta vengono accompagnati anche dal leggendario “Putto”.
Chi ci segue dal vivo forse ricorda che il roseo ragazzino sulla sedia è anche il nostro tecnico delle luci, nonché comodo salvadanaio; sotto il suo sguardo inquietante, e la sua influenza woodoo, rimettiamo piede nella Room 1 per scegliere i suoni della chitarra ritmica.
Simone, nonostante l’imbarazzo della scelta, sembra avere le idee abbastanza chiare.
Dopo essere passato attraverso diverse combinazioni, sfumature e saturazioni, sceglie la soluzione sulla quale aveva fantasticato sin dall’inizio: Fender Telecaster e Vox.
Le sonorità acide e taglienti della tele, attraverso la presenza del Vox, sembrano parlare la lingua più adatta alla maggior parte dei brani.
Prima della pausa pranzo vengono chiuse Even more, sorprendente con una leggera ‘sporcatura’ di base, e Beautiful bleeding, che presenta un po’ di problemi nell’interpretazione delle cadenze, ma poi si rivela soddisfacente.
Il “Putto”, dal suo trono silenzioso, alza lo sguardo dal suo libro eternamente aperto alla stessa pagina, lancia un’occhiata d’intesa all’Ombra di Peter, e ci concede il suo gesto di approvazione.
Noi, che siamo tipi svegli, sappiamo cosa significa: è tempo di tornare a Panorama, per godere del menu più conveniente d’Italia.
Anche stavolta, qualità e quantità ci convincono appieno.
Di ritorno al Niski troviamo la sorpresa: Simone “Presidente” Podagrosi è lì, di fronte alla porta dello studio, tornato a farci visita.
Ha poco tempo, giusto un’oretta, ma siamo felicissimi di averlo ancora con noi… e senza avergli promesso né soldi, né gloria, né donne.
Tra l’altro sembra anche portarci bene, perché le registrazioni delle parti di A million rushes e Secret garden filano via che è un amore.
Noi e l’Ombra, a questo punto, salutiamo il “Presidente”. Il “Putto” no. A volte ha un po’ la puzza sotto il naso, vero, ma in fondo è un buon diavolo a conoscerlo bene.
Hole In The Ground, alle orecchie di Andrea Stanisci, ha qualcosa che non quadra nel connubio basso/chitarra; rivediamo un po’ le carte in tavola e ci accorgiamo che ha ragione. Dopo quattro tentativi troviamo l’arrangiamento giusto, e il brano scorre molto meglio.
E’ tempo di alzare la saturazione del Vox, che ha sete di distorsione: i suoni venuti fuori per Stripes e In a safe place risultano aggressivi, caldi e slabbrati come volevamo.
Anche per l’arrangiamento della title track sorgono dei dubbi, e vista la recente virata psichedelica del pezzo restiamo soddisfatti della ritmica nel coro, ma titubanti sui classici bicordi usati delle strofe. L’idea malsana che gira nella testa della band è quella di svuotare le basi dei cantati, lasciando l’accompagnamento solo nei cori per raggiungere l’effetto lisergico sperato.
C’è ancora tempo per decidere, staremo a vedere…
Alle 19:00 Simone è cotto, lancia un bacio al Vox, accarezza la sua Tele e la mette a nanna.
Il lavoro procede molto bene, anche i suoni delle chitarre sono partiti col piede giusto, e restano fuori dal lavoro giornaliero solo tre canzoni.
L’Ombra di Peter dà una pacca al “Putto”, che si era abbioccato sulla seggiola ma cercava di mascherarlo.
Il tempo di una carezza a Rocco, che ogni volta cerca di entrarci in macchina, chissà perché, e si riparte.
La sosta-aperitivo allo Stradivarius, il ‘Double R’ ciociaro, è ormai un classico imprescindibile.
In a safe place [day #5]
- 14 marzo 2010
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Il “day five” non è propriamente un “day”: sono le 19 quando ci avviamo in direzione Niski.
E’ un lunedì, e la session serale ci serve a chiudere l’editing del basso e a ritoccare qualche sfumatura che ancora non ci soddisfa al 100%.
Ci fa compagnia Giuseppe Palladino, ospite quanto mai azzeccato data la natura specifica di questa tornata: un’immersione dark senza se e senza ma, fin dentro le profondità remote ed ossessive delle linee di basso che caratterizzano Freckles, The people embassy e Hole in the ground, gli ultimi tre pezzi rimasti.
Si parte sciolti: Freckles fila dritta come un treno e non ha bisogno di nulla.
Cut!
The people embassy è una canzone radicale e concettualmente ostica.
E’ destinata ad essere la traccia di chiusura del disco ed è un brano inquieto, basato esclusivamente su un’oscura linea di basso, un ipnotico e rarefatto arrangiamento di chitarra ed una melodia di voce.
Stop.
Ne consegue l’assoluta importanza del sound che deve avere, appunto, il basso.
Antonio e Andrea lavorano sull’Ampeg per almeno quaranta minuti prima di arrivare all’obiettivo desiderato.
Ci si arriva, e si procede all’incisione.
Lo stesso tipo di suono viene adottato anche per Hole in the ground, un’altra canzone di chiara matrice slow-core che si affida a delle atmosfere grevi e profonde.
Giuseppe, il nostro compagno di serata, è palesemente turbato dall’ascolto reiterato delle baritonali note del Precision ma per fortuna è finita: sono le 23 quando viene suonato l’ultimo “Do”, accompagnato da un gesto collettivo di profondo sollievo… la sezione ritmica è andata!
Ci avviamo verso Frosinone ed una cena fuori orario; siamo più o meno a metà registrazioni e tutto, finora, sembra procedere nel migliore dei modi…