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7trainingdays

BLOG

Premiere!

Un anno di fatiche, gioie, dolori, corse contro il tempo, risate, sfoghi d’ira, incomprensioni, abbracci fraterni, birre (tante), note suonate (ancora di più), orecchie devastate, baratri di depressione, picchi di euforia, occhi stanchi, adrenalina a mille, paroleparoleparole, pranzi domenicali al centro commerciale, nottate tirate fino alle prime luci dell’alba, infinite telefonate, estenuanti ascolti, decisioni da prendere, vite messe in stand-by.

Tutto condensato in un piccolo ammasso di plastica alto 12 cm e largo poco di più.
Il viaggio è concluso, ma il bicchiere della staffa (che è quello più importante) lo beviamo insieme a voi, altrimenti tutto questo avrebbe ben poco senso.
Il 9 aprile, alle ore 21.00, al Teatro Comunale di Veroli (Frosinone), festeggiamo l’uscita di In a safe place, il nostro primo album.

Vi aspettiamo, staremo bene.
E’ una promessa.

Record store day

In occasione del Record Store Day, il “paradiso del rock ‘n roll” resterà aperto tutto il giorno celebrando nel migliore dei modi la “festa del disco”.
Ci saremo anche noi, freschi di stampa e con lo scatolone dei cd sotto il braccio.

Ready to start (Happy 2011)

Due show per iniziare bene il nuovo anno.

Il 5 gennaio, come da tradizione, ci ospiterà (per la quinta volta) il nostro “safe place” per eccellenza: lo Zanzibar di Veroli.

Replica tre giorni dopo a Ferentino, nell’intimo e “prezioso” ilMinuto.

E buon anno a ognuno di voi!


The Caravan Of Love is coming to town

L’undici dicembre chiuderemo un anno molto importante per la band, caratterizzato dalla registrazione del disco e da una nutrita serie di esibizioni live.

L’occasione per festeggiare ci sarà offerta dalla Cantina Mediterraneo, a Frosinone, dove esattamente due anni fa calcammo per la prima volta un palco.

A farci compagnia, gli amici fraterni Oil, con i quali divideremo le luci di scena per la terza volta.

Un altro giro di giostra

Le registrazioni di In a safe place hanno portato, tra le altre cose, anche un allontanamento dai palchi durato sei mesi.

Riprendiamo venerdì, a Veroli, sperando di ricordare ancora come si affronta un live!

In a safe place [day #15]

L’ultima sessione di registrazione è un po’ come il bicchiere della staffa.
Vorresti prolungare il piacere ancora, far tintinnare i calici all’infinito, e allo stesso tempo sai che è giusto chiudere, mettere un sigillo alla serata, non farla andare in vacca.
 Perché, ebbene sì, anche una registrazione può “invecchiare” male.
C’è un momento, come quasi in tutto, nel quale è opportuno mettere il punto, o forzarsi a farlo.
 Con un album bisogna fotografare un periodo, e per In a safe place l’inquadratura è quella giusta.
Molto sottile è anche il confine fra la maniacalità ossessiva e la precisione. La band si è resa conto che la miriade di cambiamenti che vengono fuori durante le discussioni suonerebbero solo alle orecchie dei quattro componenti, senza nulla aggiungere ad un prodotto ormai maturo, pronto per essere “mixato”.

Gianni e Simone si presentano al Niski intorno alle 11:20, e per iniziare analizzano lo stacco centrale di The straight road, che non aveva mai convinto del tutto.
Una volta approvato, è la volta di ritoccare la chiusura chitarristica di The people embassy, nel quale una variazione dettata dall’estro del momento si era trasformata in una fastidiosa stecca.
L’ennesimo feedback di chitarra, quindi, viene aggiunto per arricchire la caduta di Secret garden, che suonava un po’ vuota, mentre il finale di chitarra in Hole in the ground viene ricreato sfumando un accordo estrapolato dal giro principale.
A quel punto Gianni elenca una serie di suoni di batteria che nel rough mix, misteriosamente, sono andati perduti. Andrea prende appunti e rassicura il drummer, promettendogli che i suddetti suoni avrebbero riacquistato la giusta presenza durante la fase di mix.

Tocca alla registrazione delle percussioni, pensate per rimpolpare alcuni refrain e per donare quel tocco di originalità in più che non guasta mai.
Gianni decide di partire dal tamburello, che prova subito sul coro di Beautiful bleeding, rendendolo ancora più aperto e coinvolgente. Ne registra anche dei brevi interventi su Stripes, con l’intenzione di amalgamare il suono con un effetto per creare dei “crescendo”.
Per Even more invece non si ottiene l’appeal sperato, ma l’effetto percussivo torna vincente su Secret Garden, e per il coro e per il finale, conferendo al brano la spinta decisiva.
Dopo la succulenta pausa pranzo al “Double R” ferentinese (chi ha seguito questi deliranti diari sa che si tratta dello Stradivarius), si torna in studio con la giusta carica.
Occorre registrare parti aggiuntive di rullante, e Gianni per l’occasione chiede ad Andrea un Ludwig Supraphonic, al fine di variare il suono rispetto al Sonor usato nelle registrazioni col drum set completo.
Ne viene fuori l’esperimento più azzeccato della giornata: A milliom rushes, totalmente spalmata di un rullante rimbalzato che fa andare il brano a mille e gli fa trovare la giusta luce una volta per tutte. Visto il risultato, Andrea propone addirittura di far passare in secondo piano quella che era stata, fino ad allora, la partitura principale, gettando nella mischia un altro bel grattacapo per il mixaggio.
Gianni allontana la cordiera dalla pelle risonante e registra delle brevi suggestioni sonore sul finale di In a safe place.
Si cambia ancora: tocca ad un insieme di shakers ed ovetti impreziosire i cori di In a song.
Il finale percussivo spetta ai bonghi, coi quali Gianni tenta l’esperimento più ardito: inserire degli accenti in levare nel ritmo portante. Tra una prova e l’altra il batterista viene letteralmente invasato dal famoso “demone latinoamericano”, molto pericoloso quando prende possesso degli arti di un batterista rock, perché incline a trasformarlo in un fautore dei ritmi da “Gran Fieston Salvadoreño”.
È in questo clima che fa il suo ingresso Antonio, che fiuta subito il pericolo e propone di lasciare il brano nel suo funzionale approccio indie, senza troppi fronzoli.
Per Gianni è proprio tempo di posare bacchette e mani percuotenti: il suo lavoro è concluso.
Restano solo due sovraincisioni di basso da registrare nei cori di A million rushes. Antonio le esegue collegandosi direttamente al banco, senza microfonare alcun amplificatore. Un paio di take e stavolta è proprio ufficiale: le registrazioni di In a safe place, primo disco dei 7 Training Days, sono terminate.
Al mixing l’ardua sentenza.

In a safe place [day #14]

Bob Dylan afferma di non riascoltare mai i dischi che incide perché sa che non gli piacerebbero, convinto di trovarci dentro idee e concetti per forza di cose ancorati al momento della composizione.
Come Dylan, molti altri artisti, nel corso degli anni, fanno vivere ai loro pezzi dei processi evolutivi, riarrangiandoli continuamente (dal vivo o in studio) fino a farli arrivare alla loro forma definitiva.
Una sorta di continuo “work in progress” il cui passo iniziale è, paradossalmente, il momento dell’incisione su disco.

Visto che questa attitudine è radicata anche nei 7 Training Days (l’esempio più emblematico è In a song, canzone partita con arrangiamenti totalmente diversi rispetto alla versione finita) si arriva a questo “day#14” con parti di chitarra completamente rivisitate per almeno due pezzi.
In particolare per Stripes, canzone che Antonio e Simone composero nel 2002 (molto tempo prima della nascita della band) e che da allora è rimasta intatta fino a oggi, giorno in cui Achille, alle prese con una estenuante full-immersion da otto ore, tira fuori dal cilindro risvolti inediti che fanno assumere al pezzo quella componente post-noise che è stata cercata invano per anni.

Stripes è la seconda canzone sulla quale chiudere definitivamente le parti di chitarra rimaste in sospeso dopo il primo rough mix.
A precederla, appunto, In a song, uno dei brani sui quali il gruppo punta maggiormente e, proprio per questa ragione, soggetta ad una revisione clinica e ossessiva che però dà i suoi frutti.
Se fosse stata registrata anche solo pochi mesi fa (quando a tutti comunque sembrava ultimata), sarebbe stata una canzone radicalmente diversa.
Gli ultimi ritocchi fatti in questa quattordicesima session prevedono un arrangiamento completamente nuovo per il ritornello e il bridge: il risultato è, dopo tanti sforzi, quello inseguito.

Il terzo ostacolo della giornata è la risoluzione del refrain di Beautiful bleeding, risolto da Achille con un giro andante suonato con un leggero delay per ottenere la giusta apertura.

E’ dunque la volta di Hole in the ground: anche qui, a rimanere in aria, c’erano ancora le questioni legate all’efficacia delle basi chitarristiche per il coro: tutto risolto con una soluzione solista provata live nelle date del 2009 e un tappeto di accordi in progressione.

Ci siamo, sono le 17 e si può finalmente festeggiare la chiusura delle chitarre; prima di tirare il fiato però, mancano gli ultimissimi orpelli: la ricerca dei giusti feedback da inserire in The straight road.
Sembra un dettaglio ma, come tutte le cose che non dovrebbero essere sottovalutate, porta via molto più tempo del previsto.
Dopo circa un’ora di infiniti tentativi Achille manda a tutto gas i pedali, si slaccia la Stratocaster e la attacca letteralmente ai coni della cassa Marshall usata per alcune parti distorte: è l’epifania!
Adesso si possono finalmente staccare tutti i jack e spegnere le testate.

Un disco non è mai realmente finito, come dice Dylan, ma si arriva ad un punto in cui le canzoni raggiungono la loro piena maturità ed espressione.
E’ quello che pensano Achille e Antonio delle canzoni appena ultimate mentre “danno il cinque” ad Andrea Stanisci per avviarsi verso casa.

In a safe place [day #13]

Ogni cantante non “ascolta” la propria voce come il resto del genere umano.

Simone sa di non essere un’eccezione.
Il motivo è semplice: ci sono dei passaggi, delle sfumature che, seppure in tono, a volte non suonano come hanno suonato per mesi nella sua testa.
Interpretazione.
O solo sfumature, certo, e neanche basilari.
Ma certe volte a chiudere il cerchio sono i dettagli.
Quindi la seconda session di voce diventa molto, molto importante: è il momento di fissare le linee melodiche una volta per tutte; congelarle nel tempo.

Si parte con Stripes.
La vecchia versione risultava poco convinta, un po’ della serie: “Sì, ora te la canto, se proprio ci tieni”.
Un paio di prove, e stavolta il flusso melodico sembra decisamente migliore; Antonio suggerisce di alzare parecchio la base musicale in entrata nelle cuffie, non per rendere sordo il cantante della band, ma in modo che lo sforzo vocale sia più grande, e l’interpretazione più sentita.
Ed in effetti funziona.

Tocca allora al brano tecnicamente più complesso: Beautiful bleeding.
Il passaggio dal falsetto alla voce piena, nel coro, essendo avvenuto solo in sede di registrazione, non risultava convincente; la terza take del brano invece sì, e resta soltanto da decidere come gestire il finale: ne vengono registrate due versioni (una con accetti più “melodrammatici”, una un pò più “naturale”) e si deciderà in fase di missaggio.

Ogni cantante, se gliene viene concessa la possibilità, sbrodola.
Ogni cantante, nella maggior parte dei casi, non dà ascolto ai consigli che gli vengono dati.

Simone pensa di rientrare decisamente nel primo postulato, ma di fare eccezione per quanto riguarda il secondo.
La terza canzone da affrontare per intero è In a song; La resa nel rough mix risultava poco incisiva, con troppo fiato e ruffianeria in eccesso.
Quella che viene fuori invece ha il peso specifico giusto; asciutta e “soul”, ha il sapore che avrebbe sempre dovuto avere.

Riascoltando la sua ultima fatica Simone pensa che ogni cantante basterebbe a se stesso, compiaciuto della (e nella) propria voce.

Un po’ megalomane come concetto. Ma vero.
Il resto sono ritocchi: una strofa e il bridge in Freckles, un paio di parole mal pronunciate in Even more e The people embassy, controcanti per Stripes, A million rushes e The straight road (fino a quando, in pieno delirio mistico per doppie e triple voci sovraincise, capisce che forse è il momento di darci un taglio!)

Ogni cantante sa bene un’ultima cosa: per quanto sia valida la proposta, sarà la sua voce la prima cosa a risaltare all’orecchio dell’ascoltatore.

Anche questo Simone lo sa bene, e confida di avercela messa tutta per cercare di trasmettere il senso di quelle linee melodiche che sente risuonare nello stomaco, sciogliersi nel suo cuore e rimbombare nella sua testa.

In a safe place [day #11+12]

Arriva un momento, durante la registrazione di un disco, in cui fare un salto di fede, oltrepassare un’immaginaria linea di confine, ed accettare il fatto che non si torna più indietro (a meno che non ci sia la Interscope a coprirti le spalle) e che – salvo qualche rettifica – quello che hai inciso è quello che rimarrà.
L’alternativa sarebbe quella di ripartire da zero, e far finta di aver semplicemente “provato” a registrare… ma visto che non c’è nessun Rick Rubin ad orchestrare i destini di In a safe place, l’unica reale soluzione è quella di mettere da parte l’annoso ed incontrollabile perfezionismo che da sempre tormenta ogni singolo respiro dei 7 Training Days e rasserenare gli animi in vista della fase più rognosa di tutto il gioco: il missaggio.

Il passo obbligato dunque è quello che prevede la realizzazione di un “rough mix”, una sorta di premissaggio di tutto quello che è stato inciso, senza lavorare troppo sui volumi e le dinamiche ma semplicemente ascoltando e mettendo a punto tutte le tracce per farne un cd e metabolizzarlo fino alla nausea per capire cosa va e cosa non va, dove intervenire, e soprattutto farsi un’idea (con il presupposto di sforzarsi di essere il più neutrali possibile) abbastanza vicina alla realtà di quello che sarà il prodotto finito.

L’occasione di lavorare sul “rough mix” arriva in due calde serate di fine maggio: nella prima ci sono Antonio e Simone ad assistere Andrea Stanisci, nella seconda c’è invece il solo Antonio a dare man forte al padrone di casa.
Si procede in maniera abbastanza spedita e al termine della due giorni ecco le undici tracce messe per la prima volta su cd nell’ordine giusto, quello che verrà mantenuto fino alla fine della produzione.

Il bilancio è tutto sommato soddisfacente; a canzoni praticamente terminate, che avranno bisogno soltanto di qualche piccolo orpello per essere chiuse (In a safe place, Even more, A million rushes, Secret garden) se ne alternano altre ancora lontane dalla forma che dovrebbero avere (Stripes, Hole in the ground) ed altre ancora che avranno bisogno della “zampata” finale, quel tocco che ancora manca ma che è già in rampa di lancio (Beautiful bleeding, In a song).
Prossimo passo: risuonare le parti da correggere e sovraincidere quel minimo che occorre.
Ah, e fare pace con le ossessioni “kubrickiane”.

In a safe place [day #10]

“A volte ciò che sembra alba non è” (Una serata al Niski Studio in 7 proverbi)

Cade a fagiolo questa citazione di Manuel Agnelli.
Il finale del precedente resoconto apriva spiragli sulla possibile chiusura delle registrazioni prima della pausa estiva… la verità è invece questo day #10 scritto in ritardo, e uno slittamento globale delle registrazioni di un paio di mesi.

Certo, se i 7 Training Days si arrendessero facilmente neanche ci sarebbero arrivati in studio, ma è passata acqua peggiore sotto i ponti
Tuttavia bando alle ciance, tocca parlare della seconda sessione di Achille e della sua chitarra “stereo”.

Mentre l’ancora (per poco) celibe chitarrista si appresta a preparare i ferri del mestiere, Simone e Antonio se ne vanno a cercare delle cibarie, vista l’ora di cena. 
Oltre alla consueta scorta di birra, decidono di optare per delle pizze margherita a portar via. 
Un grave sbaglio, vista la consistenza “cartonata” del prodotto, mandato giù solo per via della fame e delle abbondanti sorsate alcoliche.

Nel frattempo Achille, solitario dall’altra parte del vetro, sta affrontando Even more.
Il brano, seppur complesso e pieno di finezze, non gli causa particolari problemi; il risultato è ottimo, la canzone ne esce valorizzata, impreziosita, e a tratti sembra di ascoltare un Gilmour più moderno al servizio di un progetto indie-rock.
Anche A million rushes fila liscia, a parte qualche piccola difficoltà nelle cadenze in levare sotto le strofe.
In A Song mostra qualche problema in più, la partitura “spy”, seppure accattivante, si dimostra un tantino troppo piena, e la complessità in questo caso risulta inversamente proporzionale all’immediatezza. 
Sfoltendo alcuni passaggi dell’arpeggio però il gioco è fatto, e la ciliegina sulla torta è l’incredibile purezza di suono che viene fuori dal Fender Twin Reverb.

Ma… non dire gatto se non ce l’hai nel sacco!
Beautiful bleeding, che dovrebbe essere, nelle intenzioni della band, la traccia iniziale, risulta la bestia nera. 
Arrivati al coro, probabilmente il momento di maggior apertura di tutto il disco, ci accorgiamo che il giro di Achille non conduce alla catarsi desiderata, quella che vorremmo l’ascoltatore provasse ogni volta durante il ritornello. 
Il suo arrangiamento parte bene, poi resta troppo sommerso in note gravi, perdendo brillantezza. 
È la fine.
Se volete un consiglio, scontato quanto vi pare, non cercate nuovi arrangiamenti in fase di registrazione; ne va del vostro tempo, dei vostri soldi, e della vostra tranquillità.
Achille inizia a provare circa 367 cori diversi, inventando le soluzioni più disparate.
Antonio, Simone e Andrea Stanisci cercano di aiutarlo fischiettando motivetti, facendo LA – LA – LA, imbracciando persino chitarre e basso… ma QUELL’arrangiamento, QUELLO che capisci subito che appartiene da sempre al pezzo, non vuole saperne di arrivare.
Hai voglia a cercare meccanicamente le note per esclusione, la scintilla non si accende.
Capiamo che è ora di smettere. Quel passaggio tocca ristudiarlo a casa, con calma.

Per il resto, proviamo a credere davvero che chi va piano va sano e va lontano, e chi ben comincia è comunque a metà dell’opera.
Chi vivrà, vedrà.

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