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7trainingdays

In a safe place [day #11+12]

Arriva un momento, durante la registrazione di un disco, in cui fare un salto di fede, oltrepassare un’immaginaria linea di confine, ed accettare il fatto che non si torna più indietro (a meno che non ci sia la Interscope a coprirti le spalle) e che – salvo qualche rettifica – quello che hai inciso è quello che rimarrà.
L’alternativa sarebbe quella di ripartire da zero, e far finta di aver semplicemente “provato” a registrare… ma visto che non c’è nessun Rick Rubin ad orchestrare i destini di In a safe place, l’unica reale soluzione è quella di mettere da parte l’annoso ed incontrollabile perfezionismo che da sempre tormenta ogni singolo respiro dei 7 Training Days e rasserenare gli animi in vista della fase più rognosa di tutto il gioco: il missaggio.

Il passo obbligato dunque è quello che prevede la realizzazione di un “rough mix”, una sorta di premissaggio di tutto quello che è stato inciso, senza lavorare troppo sui volumi e le dinamiche ma semplicemente ascoltando e mettendo a punto tutte le tracce per farne un cd e metabolizzarlo fino alla nausea per capire cosa va e cosa non va, dove intervenire, e soprattutto farsi un’idea (con il presupposto di sforzarsi di essere il più neutrali possibile) abbastanza vicina alla realtà di quello che sarà il prodotto finito.

L’occasione di lavorare sul “rough mix” arriva in due calde serate di fine maggio: nella prima ci sono Antonio e Simone ad assistere Andrea Stanisci, nella seconda c’è invece il solo Antonio a dare man forte al padrone di casa.
Si procede in maniera abbastanza spedita e al termine della due giorni ecco le undici tracce messe per la prima volta su cd nell’ordine giusto, quello che verrà mantenuto fino alla fine della produzione.

Il bilancio è tutto sommato soddisfacente; a canzoni praticamente terminate, che avranno bisogno soltanto di qualche piccolo orpello per essere chiuse (In a safe place, Even more, A million rushes, Secret garden) se ne alternano altre ancora lontane dalla forma che dovrebbero avere (Stripes, Hole in the ground) ed altre ancora che avranno bisogno della “zampata” finale, quel tocco che ancora manca ma che è già in rampa di lancio (Beautiful bleeding, In a song).
Prossimo passo: risuonare le parti da correggere e sovraincidere quel minimo che occorre.
Ah, e fare pace con le ossessioni “kubrickiane”.

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