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7trainingdays

In a safe place [day #14]

Bob Dylan afferma di non riascoltare mai i dischi che incide perché sa che non gli piacerebbero, convinto di trovarci dentro idee e concetti per forza di cose ancorati al momento della composizione.
Come Dylan, molti altri artisti, nel corso degli anni, fanno vivere ai loro pezzi dei processi evolutivi, riarrangiandoli continuamente (dal vivo o in studio) fino a farli arrivare alla loro forma definitiva.
Una sorta di continuo “work in progress” il cui passo iniziale è, paradossalmente, il momento dell’incisione su disco.

Visto che questa attitudine è radicata anche nei 7 Training Days (l’esempio più emblematico è In a song, canzone partita con arrangiamenti totalmente diversi rispetto alla versione finita) si arriva a questo “day#14” con parti di chitarra completamente rivisitate per almeno due pezzi.
In particolare per Stripes, canzone che Antonio e Simone composero nel 2002 (molto tempo prima della nascita della band) e che da allora è rimasta intatta fino a oggi, giorno in cui Achille, alle prese con una estenuante full-immersion da otto ore, tira fuori dal cilindro risvolti inediti che fanno assumere al pezzo quella componente post-noise che è stata cercata invano per anni.

Stripes è la seconda canzone sulla quale chiudere definitivamente le parti di chitarra rimaste in sospeso dopo il primo rough mix.
A precederla, appunto, In a song, uno dei brani sui quali il gruppo punta maggiormente e, proprio per questa ragione, soggetta ad una revisione clinica e ossessiva che però dà i suoi frutti.
Se fosse stata registrata anche solo pochi mesi fa (quando a tutti comunque sembrava ultimata), sarebbe stata una canzone radicalmente diversa.
Gli ultimi ritocchi fatti in questa quattordicesima session prevedono un arrangiamento completamente nuovo per il ritornello e il bridge: il risultato è, dopo tanti sforzi, quello inseguito.

Il terzo ostacolo della giornata è la risoluzione del refrain di Beautiful bleeding, risolto da Achille con un giro andante suonato con un leggero delay per ottenere la giusta apertura.

E’ dunque la volta di Hole in the ground: anche qui, a rimanere in aria, c’erano ancora le questioni legate all’efficacia delle basi chitarristiche per il coro: tutto risolto con una soluzione solista provata live nelle date del 2009 e un tappeto di accordi in progressione.

Ci siamo, sono le 17 e si può finalmente festeggiare la chiusura delle chitarre; prima di tirare il fiato però, mancano gli ultimissimi orpelli: la ricerca dei giusti feedback da inserire in The straight road.
Sembra un dettaglio ma, come tutte le cose che non dovrebbero essere sottovalutate, porta via molto più tempo del previsto.
Dopo circa un’ora di infiniti tentativi Achille manda a tutto gas i pedali, si slaccia la Stratocaster e la attacca letteralmente ai coni della cassa Marshall usata per alcune parti distorte: è l’epifania!
Adesso si possono finalmente staccare tutti i jack e spegnere le testate.

Un disco non è mai realmente finito, come dice Dylan, ma si arriva ad un punto in cui le canzoni raggiungono la loro piena maturità ed espressione.
E’ quello che pensano Achille e Antonio delle canzoni appena ultimate mentre “danno il cinque” ad Andrea Stanisci per avviarsi verso casa.

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