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7trainingdays

In a safe place [day #15]

L’ultima sessione di registrazione è un po’ come il bicchiere della staffa.
Vorresti prolungare il piacere ancora, far tintinnare i calici all’infinito, e allo stesso tempo sai che è giusto chiudere, mettere un sigillo alla serata, non farla andare in vacca.
 Perché, ebbene sì, anche una registrazione può “invecchiare” male.
C’è un momento, come quasi in tutto, nel quale è opportuno mettere il punto, o forzarsi a farlo.
 Con un album bisogna fotografare un periodo, e per In a safe place l’inquadratura è quella giusta.
Molto sottile è anche il confine fra la maniacalità ossessiva e la precisione. La band si è resa conto che la miriade di cambiamenti che vengono fuori durante le discussioni suonerebbero solo alle orecchie dei quattro componenti, senza nulla aggiungere ad un prodotto ormai maturo, pronto per essere “mixato”.

Gianni e Simone si presentano al Niski intorno alle 11:20, e per iniziare analizzano lo stacco centrale di The straight road, che non aveva mai convinto del tutto.
Una volta approvato, è la volta di ritoccare la chiusura chitarristica di The people embassy, nel quale una variazione dettata dall’estro del momento si era trasformata in una fastidiosa stecca.
L’ennesimo feedback di chitarra, quindi, viene aggiunto per arricchire la caduta di Secret garden, che suonava un po’ vuota, mentre il finale di chitarra in Hole in the ground viene ricreato sfumando un accordo estrapolato dal giro principale.
A quel punto Gianni elenca una serie di suoni di batteria che nel rough mix, misteriosamente, sono andati perduti. Andrea prende appunti e rassicura il drummer, promettendogli che i suddetti suoni avrebbero riacquistato la giusta presenza durante la fase di mix.

Tocca alla registrazione delle percussioni, pensate per rimpolpare alcuni refrain e per donare quel tocco di originalità in più che non guasta mai.
Gianni decide di partire dal tamburello, che prova subito sul coro di Beautiful bleeding, rendendolo ancora più aperto e coinvolgente. Ne registra anche dei brevi interventi su Stripes, con l’intenzione di amalgamare il suono con un effetto per creare dei “crescendo”.
Per Even more invece non si ottiene l’appeal sperato, ma l’effetto percussivo torna vincente su Secret Garden, e per il coro e per il finale, conferendo al brano la spinta decisiva.
Dopo la succulenta pausa pranzo al “Double R” ferentinese (chi ha seguito questi deliranti diari sa che si tratta dello Stradivarius), si torna in studio con la giusta carica.
Occorre registrare parti aggiuntive di rullante, e Gianni per l’occasione chiede ad Andrea un Ludwig Supraphonic, al fine di variare il suono rispetto al Sonor usato nelle registrazioni col drum set completo.
Ne viene fuori l’esperimento più azzeccato della giornata: A milliom rushes, totalmente spalmata di un rullante rimbalzato che fa andare il brano a mille e gli fa trovare la giusta luce una volta per tutte. Visto il risultato, Andrea propone addirittura di far passare in secondo piano quella che era stata, fino ad allora, la partitura principale, gettando nella mischia un altro bel grattacapo per il mixaggio.
Gianni allontana la cordiera dalla pelle risonante e registra delle brevi suggestioni sonore sul finale di In a safe place.
Si cambia ancora: tocca ad un insieme di shakers ed ovetti impreziosire i cori di In a song.
Il finale percussivo spetta ai bonghi, coi quali Gianni tenta l’esperimento più ardito: inserire degli accenti in levare nel ritmo portante. Tra una prova e l’altra il batterista viene letteralmente invasato dal famoso “demone latinoamericano”, molto pericoloso quando prende possesso degli arti di un batterista rock, perché incline a trasformarlo in un fautore dei ritmi da “Gran Fieston Salvadoreño”.
È in questo clima che fa il suo ingresso Antonio, che fiuta subito il pericolo e propone di lasciare il brano nel suo funzionale approccio indie, senza troppi fronzoli.
Per Gianni è proprio tempo di posare bacchette e mani percuotenti: il suo lavoro è concluso.
Restano solo due sovraincisioni di basso da registrare nei cori di A million rushes. Antonio le esegue collegandosi direttamente al banco, senza microfonare alcun amplificatore. Un paio di take e stavolta è proprio ufficiale: le registrazioni di In a safe place, primo disco dei 7 Training Days, sono terminate.
Al mixing l’ardua sentenza.

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